STORIE CUSTODITE

IL DONO DI ESSERCI 

Entro in questa stanza molte volte, ma ogni volta è diversa.

Non perché cambino i muri o gli arredi, ma perché cambia ciò che vi accade dentro: il respiro, la luce, il modo in cui chi resta accanto occupa il silenzio. In hospice il tempo non scorre uguale per tutti, e ogni stanza custodisce un ritmo proprio.

Sul letto c'è una persona.

Non parla. Tiene gli occhi aperti e guarda la finestra. Lo sguardo è fermo, come se seguisse qualcosa che resta fuori. Il respiro va e viene, irregolare, a tratti più affannoso, a tratti più quieto. Ogni tanto una lacrima sola attraversa il viso, lenta, senza rumore. Me ne accorgo perché sono lì. Altre volte immagino che accada quando nessuno guarda, quando la stanza resta sola con il suo silenzio.

Accanto al letto c'è un familiare.

È seduto vicino, con la sedia accostata il più possibile, come se la distanza potesse essere ridotta così. La mano è intrecciata a quella della persona a letto. Non stringe.

Tiene. Il corpo è inclinato in avanti, in una postura che non è riposo ma vigilanza. È una posizione che si mantiene a lungo, anche quando il corpo chiederebbe altro.

La stanchezza arriva piano.

Non esplode, non fa rumore. Si riconosce dalla testa che ciondola, dagli occhi che si chiudono a metà, dal modo in cui il tempo sembra allungarsi. Qui la stanchezza non viene rimproverata. È ammessa. Ma negli sguardi dei familiari affiora spesso una domanda silenziosa: posso fermarmi?, se mi distraggo un attimo, succede qualcosa?, sto facendo abbastanza?

È una stanchezza che non chiede soluzioni, ma legittimazione.

La stanza è semplice: un letto, una sedia, una finestra socchiusa.

La luce entra senza invadere. È una delle prime cose che i familiari notano. Dicono che qui c'è calma, che non c'è confusione, che nessuno corre inutilmente. È un punto di forza evidente: la sensazione di trovarsi in un luogo che rispetta, che non forza, che non scaccia la fragilità.

Eppure, insieme a questa calma, emergono anche fragilità.

Non vengono quasi mai dette apertamente. Si mostrano nei piccoli gesti, nelle domande ripetute, nei silenzi che si fanno più pesanti. L'attesa, per chi resta accanto, è faticosa. Le risposte non sempre arrivano quando servirebbero. E il silenzio, che per qualcuno è protezione, per qualcun altro diventa inquietudine.

Entro ed esco in punta di piedi.

A volte mi fermo accanto a quella sedia.

A volte ascolto storie che non cercano soluzioni, ma conferme.

Racconti che parlano di paura di sbagliare, di non capire, di non essere pronti.

Racconti che tornano uguali, giorno dopo giorno, perché il bisogno resta, anche quando le parole sembrano già dette.

Chi accompagna osserva tutto con un'attenzione estrema.

Ogni gesto diventa un segno.

Un cuscino sistemato rassicura.

Un'attesa un po' più lunga genera incertezza.

Una parola chiara alleggerisce.

Una parola mancata resta addosso, anche quando non si sa come dirlo.

Le cure palliative, viste da qui, mostrano tutta la loro forza nella continuità, nella presenza che non scaccia il dolore, nel rispetto dei tempi della persona. Ma mostrano anche le loro fragilità attraverso lo sguardo di chi ama: il bisogno di essere rassicurato, di essere accompagnato anche nel non sapere, di sentirsi parte e non solo testimone.

La persona a letto continua a guardare la finestra.

Nessuno la richiama. Nessuno chiede parole che non arrivano. Questo viene riconosciuto come un valore: il rispetto del silenzio, della soglia, del tempo interiore.

Ma chi resta accanto, a volte, si chiede cosa stia succedendo davvero. E tenere insieme il rispetto e il bisogno di capire non è sempre facile.

Ci sono giorni in cui tutto sembra più sostenibile.

E altri in cui ogni gesto pesa di più. Anche questo viene osservato dai familiari, che imparano presto che non esistono giornate uguali, che ciò che ieri ha rassicurato oggi può non bastare.

Un giorno la finestra viene socchiusa un poco.

L'aria entra piano. La stanza respira. Qualcuno ha colto un bisogno non espresso. In altri momenti questo non accade. A volte si arriva dopo. Anche questo viene visto, anche questo viene sentito. Non come colpa, ma come limite umano.

Quando arriva il momento di andare via, il familiare non si alza subito.

Sistema la coperta con un gesto lento, quasi rituale. Si china e dice qualcosa a bassa voce. Non so cosa dica. Non serve saperlo. È un modo per restare, anche andando via. Un modo per affidare, più che per lasciare.

Uscendo dalla stanza, porta con sé due cose insieme.

La prima è la gratitudine per non essere stato lasciato solo, per la presenza continua, per l'attenzione che custodisce.

La seconda è una fatica che non sempre trova parole: la paura di non reggere, il bisogno di essere visto anche lui, non solo come accompagnatore ma come persona.

Racconto questa storia perché è una storia come tante.

Non è eccezionale. Non è eroica. È quotidiana.

E proprio per questo racconta bene cosa sono le cure palliative quando funzionano davvero: un luogo di presenza, di rispetto, di alleanza. E racconta anche ciò che chiedono, attraverso gli occhi dei familiari: ascolto, chiarezza, tempo umano, accompagnamento continuo.

La racconto dal di dentro, perché è così che la vivo.

E perché credo che una testimonianza vera non serva a convincere, ma a rendere visibile ciò che spesso resta sottovoce.

SAGGESE NICOLA VOLONTARIO HOSPICE

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